La situazione interna dell’Iran sta precipitando in una delle crisi più gravi e sanguinose degli ultimi decenni. La repressione portata avanti dal regime di Teheran continua a mietere vittime: le cifre ufficiali parlano di 3.177 morti, ma secondo alcune fonti – anche interne al Paese – il numero reale sarebbe enormemente più alto.
Si arriva addirittura a ipotizzare fino a 30.000 vittime nei soli scontri avvenuti tra l’8 e il 9 gennaio 2026, un dato che, se confermato, segnerebbe un punto di non ritorno nella storia recente del Paese.
Di fronte a questa tragedia, il dolore degli iraniani della diaspora è profondo, continuo, difficile da contenere. La distanza geografica non attenua la sofferenza, anzi: vedere il proprio Paese sprofondare nella violenza genera un senso di impotenza che spesso si trasforma in protesta.




Anche in Italia la diaspora iraniana è scesa in piazza, con manifestazioni e presidi a Milano e in molte altre città, per denunciare le violenze del regime e chiedere che quanto sta accadendo non venga ignorato dalla comunità internazionale. Durante queste mobilitazioni emergono posizioni forti, a volte estreme.
Alcuni manifestanti auspicano un intervento militare degli Stati Uniti, sotto la guida del presidente Donald Trump, mentre altri guardano a un possibile cambiamento politico radicale, arrivando a sperare in un ritorno del figlio dello Scià, Reza Pahlavi.
Opinioni diverse, spesso controverse, ma unite da un filo comune: la disperazione per un Paese che appare prigioniero della repressione e del sangue.
L’Iran oggi è una ferita aperta. E il grido che arriva dalle piazze italiane, così come da molte altre parti del mondo, è uno solo: non voltarsi dall’altra parte.


