Opere d’arte o bottino di guerra? Tesori da esporre o refurtiva? Il 23 marzo ad Africa Talks nel panel “Heritage In Motion: memoria, restituzione” le risposte dal punto di vista degli esperti africani
Come ogni anno Africa Talks, format nell’ambiito del FESCAAAL ideato e prodotto per 9 edizioni consecutive da Associazione Centro Orientamento Educativo ETS e Fondazione Edu, che prevede una tavola rotonda seguita da un film in argomento, grazie alla curatela di Chiara Piaggio e Valentina Mutti ha trovato un tema e invitato esperti che con i loro contributi condensati in poco più di un’ora e mezza di dibattito potrebbero offrire materia di studio per una settimana intera di convegno. Il tema, “Heritage in motion. Memoria, musei e restituzione” nel talk andato in scena il 23 marzo presso la cineteca Arlecchino di Milano, ha acceso i riflettori sul patrimonio culturale africano, sui diritti culturali e sui processi di museificazione, con due focus tematici principali: da un lato la restituzione delle opere trafugate in epoca coloniale presenti in musei che sono il fiore all’occhiello degli Stati ex coloniali, un nome per tutti il Louvre di Parigi, che durante il dibattito sono stati definiti da uno degli ospiti senza mezzi termini “maisons de vol” , case del furto; dall’altra il tema dei destinatari di tali restituzioni (ammesso che si riesca a ricostruire il percorso inverso degli oggetti o reliquie o addirittura dei resti umani “trasferiti”), vale a dire i governi africani o le popolazioni a suo tempo depredate, nonché il futuro espositivo di questo patrimonio museale, per evitare che passino da una teca di museo a un’altra, perdendo ancora una volta la possibilità di continuare a vivere e quindi di essere “eredità e memoria” per le nuove generazioni. Moderato da Sandra Federici – Direttrice responsabile di Africa e Mediterraneo, il panel ha dato voce a 3 esperti africani e a una studiosa italiana (nella foto di copertina di Alfredo Felletti Fotografo) . Victoria Phiri Chitungu – Direttrice del Livingstone National Museum (Zambia) nel suo intervento “Equità in pratica: sfide e soluzioni nella restituzione” ha portato l’esperienza di una comunità di studiosi che in Zambia sta costruendo una restituzione diretta alla comunità di provenienza e non solo, in cui le opere e gli oggetti restituiti sono diventati fonte di ispirazione per le nuove generazioni di artisti, per generare un processo di riappropriazione e rinascita; Ore Disu – Direttrice del MOWAA (Museum of West African Art) Institute (Nigeria) nel suo panel “Restituire per costruire: promuovere sistemi di conservazione sostenibili in Africa Occidentale”, ricordando il pregiudizio europeo che gli stati africani non sappiano gestire le opere restituite, ha raccontato l’esperienza del più grande museo del West Africa che dirige e di come, dalla sua costruzione in materiali rispettosi della identità ambientale (i marmi li lasciano ai musei europei) e del sito su cui è stato costruito in collaborazione con archeologi, alle politiche di accesso alle opere da parte della comunità, si sia puntato alla costruzione di una sistema integrato di public knowledge, dove il valore estetico, sociale e etnografico dell’opera diventi memoria diffusa e condivisa; Mwazulu Diyabanza – attivista politico congolese, fondatore del collettivo panafricano “Yanka Nku” (RD Congo) nel panel “Riprendersi ciò che è proprio: il diritto delle comunità nere e diasporiche.” ha riaffermato la missione che ha ispirato i suoi “furti” provocatori nei musei più famosi della Francia, accompagnati mediaticamente dalla grande domanda: chi è il vero ladro? ; Silvia Iannelli, esperta in antropologia museale e pratiche interculturali, nel suo intervento “Sulle tracce della violenza coloniale: Spoliazioni fasciste in Etiopia, ritrovamenti, restituzioni” ha raccontato a noi pubblico italiano abituato a circolare in città che ancora esibiscono via Libia, Eritrea, Tripoli, Addis Abeba, Adua ( dove Roberto Vecchioni ci ricorda che “eravamo in 1000 contro 200 negri però la Storia dice che ci siamo ben difesi”) da un lato fatti storici sull’epoca coloniale di efferata crudeltà da parte di gerarchi a cui ancora oggi sono dedicate piazze e strade, dall’altra ha ben individuato il patrimonio museale italiano conservato al Museo delle Civiltà di Roma (ad esempio i manti sottratti ai RASS vale a dire i simboli del potere dei leader della resistenza autoctona ) come bottino di guerra. Se dare la parola all’Africa cambiandone il ruolo da oggetto a soggetto produttore di contenuto è l’idea pionieristica e geniale in primis del FESCAAAL che arriva al traguardo dei 35 anni nel 2026 e in secundis di AFRICA Talks, in questa versione 2026 il “pericolo di un’unica storia” come direbbe Chimanada Ngozie Adichie è emerso ancora più evidente. Parlando di musei la “storia” non è fiction, romanzo o film raccontato dal punto di vista dei bianchi ma è storiografia, il cosa e il come raccontare i fatti successi nel tempo. Ad Africa Talks 2026 la polarizzazione tra le diverse Storie è stata ancora più estrema e divergente e quindi foriera di riflessione e ispirazione “Chi ha il diritto di conservare la memoria di un continente? “ ha chiesto nel suo discorso introduttivo Matteo Stefanelli, Presidente di Fondazione Edu. Grazie al talk del FESCAAAL questa volta abbiamo potuto conoscere la versione dell’Africa. (Ph; Alfredo Felletti)
