Skip to Content

GLI ISPIRATORI # 7 – ANTONIO, DOAUDA E LA PASTA FATTA IN CASA:  QUANDO LA VITA RINASCE IN CUCINA

GLI ISPIRATORI # 7 – ANTONIO, DOAUDA E LA PASTA FATTA IN CASA: QUANDO LA VITA RINASCE IN CUCINA

Closed

“La Storia la facciamo con le nostre mani e se vogliamo cambiare il mondo, ognuno di noi deve fare RISTORANTE DONGIO -ZOOM
qualcosina. Io ho dato un lavoro a Doauda”. E’  un fiume in piena Antonio Criscuolo, titolare del ristorante  “Dongiò” di Porta Romana, uno dei pochi locali milanesi ad offrire pasta fatta in casa, quando inizia la conferenza stampa. Non vede l’ora di  raccontare al mondo la storia di Douda, il ragazzo ivoriano che sbarcato da un barcone  sulle coste calabre nel 2015 è arrivato ad essere, con i suoi piccoli 18 anni, uno dei più fidi lavoranti dell’impresa di famiglia, quello a cui il boss Antonio ha affidato il segreto del loro successo: la pasta fatta a mano.

Tutto è iniziato nel maggio del 2016 quando Antonio offre uno stage ad uno dei minori richiedenti asilo ospitati a Villa Amantea, struttura presso cui risiedono alcuni dei 20 minori e neomaggiorenni che i Comuni di Trezzano e Buccinasco ospitano nell’ambito del progetto SPRAR MINORI. “Mi sono accorto dopo una settimana – racconta Antonio – che questo ragazzino appena diciassettenne era fatto apposta per lavorare con noi. Serio, lavoratore, disponibile, intuitivo ma soprattutto, dotato di un carattere perfettamente “incastrabile” nelle complesse dinamiche di un’azienda familiare.

Fin da quando sono partito nel 1987, arrivato a Milano dalla provincia di Piacenza, ho deciso con mia sorella e i miei genitori che avremmo basato la nostra unicità nella produzione di pasta fatta in casa, che magari in Emilia è frequente trovare, ma a Milano è una qualcosa di speciale; la nostra forza si basa sul fatto di essere una famiglia  e insieme un’ impresa, uniti nella vita e nel lavoro.

Con queste premesse per lavorare da noi si deve essere predisposti e Doauda, fin dalla prima settimana di stage, per quanto giovanissimo, cresciuto in un’altra cultura e con una vita che definire un disastro è fargli una gentilezza, sembrava fatto apposta per lavorare con noi. Dapprima mi assisteva nel fare la pasta che era un’attività che riservavo a me. Poi ha assunto tale dimestichezza che al termine dei sei mesi di stage  era completamente autonomo. A volta scherzando dico “Allora capo,  che pasta ci prepari oggi?”. Anche per Doauda i primi giorni sono stati un’esperienza impensabile.

Veniva da 4 anni di peripezie. Dopo il viaggio sul barcone era arrivato a  Vibo Valentia quindi, trasferito  a Bresso alla Croce Rossa e poi a Sondrio, al centro di prima accoglienza, era approdato a Trezzano, a Villa Amantea. Quindi la scuola per imparare l’Italiano e infine la proposta dello stage. “Quando sono entrato in questo ristorante – racconta Doauda –  mi sono sentito così – e accosta le mani come a racchiudervi dentro qualcosa di prezioso per proteggerlo- Mi sono sentito accolto per la prima volta dopo tanto tempo. Ora so che sono parte di un gruppo, so fare un lavoro. A volte prendo il caffè con loro e mi hanno regalato un bellissimo orologio.

E’ una grande fortuna per me che non vedo la mia terra da 4 anni”. Non ha finito di dire queste parole che di colpo Doauda abbassa la testa e per un po’ rimane cosi, con le spalle curve e il capo abbassato, a nascondere le lacrime, che sono arrivate a tradimento, sopraffatto dalla nostalgia. Quattro anni via da casa per un totale di 18 di vita sono un po’ troppi per riuscire a cacciar via il senso di mancanza, anche se si è davanti ad un sacco di giornalisti. Gli arriva in soccorso Antonio che riattacca,  pratico e positivo come al solito. “ Alla fine dello stage – continua il  “boss” del Dongiò –  ho chiamato le volontarie di Villa Amantea che hanno in affido il ragazzo e gli ho detto che francamente mi sarebbe stato difficile fare a meno di lui. Così gli ho offerto un contratto di lavoro, gli ho cercato una casa  che potesse permettersi a livello di affitto e l’ho messo a libro paga”.

Il sindaco di Trezzano Fabio Bottero, Doauda e Antonio Criscuolo.

Il sindaco di Trezzano Fabio Bottero, Doauda e Antonio Criscuolo.

“ Questa storia a lieto fine ci ripaga di tanti sforzi – commenta Fabio Bottero, sindaco di Trezzano, il comune capofila insieme a Buccinasco del progetto SPRAR (Sistema Centrale di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) dedicato ai MINORI che ospita 20 minorenni richiedenti asilo o neomaggiorenni in proprietà confiscate e destinate all’accoglienza come Villa Amantea – e  ci rende orgogliosi di aver dato un contributo alla vita di Doauda e di tanti altri ragazzi senza famiglia”.  Nel progetto è prevista, oltre all’asilo, anche una fase di alfabetizzazione e apprendimento della lingua italiana che, nel caso di Doauda, è stata offerta dal CPIA ( Centro provinciale Istruzione per Adulti) di Rozzano.

“La nostra offerta formativa – commenta Danilo Guido , Preside della scuola  – è rivolta ad adulti dai 16 anni in su che vogliano ottenere la licenza media di primo e secondo grado, una formazione professionale e, nel caso degli stranieri – l’alfabetizzazione alla lingua Italiana con rilascio di certificato. Per Doauda e altri ragazzi stranieri abbiamo dato vita al progetto SCUOLE APERTE,  grazie al quale i docenti hanno potuto lavorare anche a luglio cosi da accelerare i tempi di apprendimento”. Se scuole e istituzioni consentono a ragazzi come Doauda di avere accesso a opportunità e competenze, sono le realtà come Villa Amantea, la comunità dove Doauda ha vissuto fino al conseguimento del contratto di lavoro, che ne permettono la sopravvivenza affettiva. “ Sono fiera di Doauda – commenta Aby Dianko – volontaria dell’associazione Villa Amantea che ha deciso di offrire il proprio aiuto  per prendersi cura di alcuni minori, tra cui Doauda. “Come “madre accogliente” questo giorno per me è una grande vittoria, per lui e per tutti i ragazzi della nostra comunità, come Ibrahim che è qui con noi.

L’esempio di Doauda insegna a tutti che esiste anche per loro, in questa terra, la possibilità di una vita normale”. Una vita normale, un futuro regolare in Italia e, magari, il diritto ad avere dei sogni. Cosi chiediamo al ragazzo, che nel frattempo a rialzato la testa e a ripreso il sorriso, se ne ha almeno uno, di sogno.  “ Io quando ho lasciato la mia terra volevo una vita meglio di prima – risponde pronto, con gli occhi un po’ lucidi – ora questa vita ce lo già”.

Comments

comments

Previous
Next